Mi chiamo Marianna. Prima ancora di essere la fondatrice di Sofyia, sono stata una figlia che ha dovuto imparare troppo presto a convivere con l’assenza.
Avevo poco più di vent’anni quando ho perso mio papà.
Ventidue anni sono pochi per dire addio per sempre alla persona che ti ha cresciuto e amato. Sono pochi per accettare che una voce, un abbraccio, una presenza quotidiana diventino improvvisamente silenzio. Ricordo quel periodo come una nebbia. Tutto sembrava andare avanti, le persone, il tempo, il mondo, ma io mi sentivo ferma.
Mio papà collezionava monetine. Era una sua passione semplice, quasi infantile. Le osservava come se ogni pezzo racchiudesse un viaggio, una storia, una memoria. All’epoca non potevo immaginare quanto quella passione sarebbe diventata parte della mia vita.
Una settimana dopo la sua morte tornai all’università a Reggio Emilia.
Mi ero appena iscritta alla magistrale. Doveva essere un nuovo inizio, ma io non mi sentivo pronta per nessun inizio. Non conoscevo quasi nessuno. Camminavo tra corridoi pieni di studenti che ridevano, parlavano di esami, organizzavano il futuro. Io invece vivevo un dolore che nessuno poteva vedere. Ero lontana da casa, lontana dalla mia famiglia, lontana da chi mi conosceva davvero. Vivevo un lutto grande e lo vivevo sola.
Un giorno, finita la lezione, mi avvicinai a una finestra dell’università per prendere un po’ d’aria. Avevo bisogno di respirare, di fermarmi, di non sentirmi così schiacciata. Sul davanzale c’era una moneta straniera. Non in terra, non confusa tra altre cose, ma appoggiata proprio lì, sul davanzale. Nel luogo in cui mi sentivo più sola di tutti.
Non ricordo il paese di provenienza della moneta, ma ricordo perfettamente cosa ho sentito. Il cuore che accelera, le mani che tremano, le lacrime che salgono senza che tu possa fermarle. In quell’istante ho percepito qualcosa di inspiegabile ma chiarissimo. Non ero sola. Proprio nel posto in cui mi sentivo più sola, ho sentito che lui era lì.
Da quel momento le monetine hanno iniziato ad accompagnare la mia vita come piccoli fari silenziosi. Le trovavo nei momenti più inaspettati, nei giorni in cui avevo più bisogno di sentirmi sostenuta.
Anni dopo, in uno dei momenti più fragili della mia vita, aprii il cassetto accanto al suo letto. Non stavo cercando nulla. Avevo solo bisogno di distrarmi, di spostare lo sguardo dai pensieri che mi pesavano addosso. Dentro quel cassetto, tra oggetti comuni, trovai una monetina inglese del 2012.
La presi in mano e rimasi immobile.
Papà era morto a febbraio di quell’anno. Negli ultimi mesi non usciva più di casa. Era già molto malato. Non riesco ancora oggi a spiegarmi come quella moneta sia finita lì. Non ricordo di averla mai avuta, né di averla messa in quel cassetto.
Eppure era lì.
Non cercai una spiegazione. In quel momento non avevo bisogno di logica. Avevo bisogno di sentirmi sostenuta. E quella monetina mi diede la stessa sensazione di quel giorno all’università. Come se qualcuno mi stesse dicendo che c’era ancora.
L’anno dopo, il giorno del mio compleanno ero a Bari per un corso di formazione. Tutti mi facevano gli auguri, sorridevo, ringraziavo, ma dentro ero triste. Tornando a casa, mentre aspettavo il treno, vidi sui binari un penny. Non in mezzo ad altri oggetti, ma da solo. Quando comprai la mia prima auto, una Smart usata che ancora oggi guido, salii, mi sedetti e sul sedile trovai una monetina da un centesimo. Il giorno della Festa del Papà andai al cimitero e pensai dentro di me che se fosse stato lì mi avrebbe fatto trovare una monetina. Feci qualche passo e la vidi. Perfetta, lucida, come nuova.
Negli anni ho trovato decine di monetine. In luoghi improbabili, nei momenti più delicati, nei giorni in cui avevo bisogno di una risposta o semplicemente di sentirmi accompagnata. Non le cercavo. Arrivavano.
E subito dopo le monetine sono arrivate anche le coccinelle. Coccinelle di legno trovate in punti improbabili, una volta persino sotto il letto, e coccinelle vere che si appoggiavano vicino a me. E chi conosce le coccinelle sa che non è così facile che si fermino e restino. Eppure succedeva. Era come se qualcosa volesse attirare la mia attenzione.
Due anni dopo la morte di papà arrivò l’ultimo esame prima della laurea. Ero già stata bocciata due volte. Una di quelle volte, essendo l’esame al computer, non avevo salvato il file. Mi sentivo stanca, frustrata, quasi senza forze. La sera prima dell’esame guardai la finestra della mia stanza. Sul vetro c’erano tre coccinelle. Le osservai a lungo. Dentro di me le collegai a papà e ai suoi genitori. Non so spiegare perché, lo sentii e basta. Quella sera provai una serenità strana, profonda, inaspettata, come se qualcuno mi stesse dicendo di andare tranquilla perché non ero sola.
Un mese dopo arrivò il risultato. Ventotto. Ricordo ancora la gioia nel leggere quel voto. Le lacrime, il sorriso, la leggerezza improvvisa. Non era solo un numero, era un traguardo condiviso.
Ma papà non ha parlato con me solo attraverso le monetine e le coccinelle. Ha scelto anche le farfalle. Il giorno della mia laurea magistrale una farfalla si posò sul girasole del mio bouquet. Rimase lì. Io e mia mamma ci guardammo e ci capimmo senza parlare. Scoppiammo a piangere.
Ma non è stato l’unico episodio.
Una volta ero in spiaggia con una mia amica. Le stavo raccontando dei miei segnali, delle monetine, delle sensazioni, delle farfalle. Le parlavo proprio di questo linguaggio che avevo imparato a riconoscere. Mentre stavo parlando, una farfalla ci volò intorno. Non era un prato, non era un giardino. Eravamo in spiaggia. Si avvicinò, fece qualche giro vicino a noi, come se avesse ascoltato. Ci fermammo entrambe. Ci guardammo. Non servivano parole.
Un altro episodio lo ricordo perfettamente. Il giorno della Festa del Papà, lo stesso giorno in cui trovai la monetina al cimitero, ero in macchina con mio fratello. Gli stavo raccontando tutto, cercando di spiegargli quanto per me quei segni fossero reali, quanto mi dessero forza. Lui è sempre stato più razionale, più concreto. In quel momento, mentre parlavamo, una farfalla si posò proprio sul vetro davanti a noi. Rimase lì qualche secondo. Proprio davanti ai nostri occhi. Ci guardammo. Per la prima volta non disse nulla. E quel silenzio valeva più di qualsiasi risposta.
Le farfalle non arrivavano a caso. Arrivavano mentre parlavo di lui. Arrivavano nei momenti in cui avevo bisogno di sentirmi rassicurata. Arrivavano quando la mente iniziava a dubitare e il cuore aveva bisogno di conferme.
Poi ho perso anche mia nonna. Lei conosceva la mia storia e credeva nei miei segni. Era legatissima a me.
Il giorno dopo il funerale io e mia mamma sentivamo il bisogno di uscire. Andammo al porticciolo, al mare. Avevamo bisogno di aria, di uno spazio aperto dopo mesi lunghi e difficili. Mamma era al telefono per le condoglianze. Io guardavo il cielo. E proprio davanti a me vidi tra le nuvole una forma precisa, un profilo riconoscibile. Il volto di mia nonna. Scattai una foto. Quando la mostrai ai miei zii e ai miei cugini, anche loro riconobbero quel volto. Nessuno cercò spiegazioni.
E poi la piuma bianca…
Il giorno dopo il funerale mi sentivo vuota, stanca, confusa. Entrai in soggiorno e trovai a terra una piccola piuma bianca. Soffice. Leggera. Perfetta. Mi chinai a prenderla e sentii una dolcezza improvvisa nel petto. Nei giorni successivi sembrava che le piume mi cercassero. Andammo a sistemare il suo armadio. Presi una maglia nera e bianca. La sollevai. Da dentro cadde una collanina con una piuma incisa. Rimasi immobile. Con il cuore che batteva forte.
E poi ci sono i cuori.
Nei dettagli più semplici. Marmellata sul pane. Gelato sciolto. Una macchia di caffè sulla maglietta in un momento difficile. Cuori tra le nuvole.
È lì che ho capito una cosa. Alcune persone non se ne vanno. Cambiano solo linguaggio.
E per me uno dei linguaggi più forti è sempre stato la musica.
Canto da quando sono bambina, per hobby. È una parte fondamentale della mia vita. Molti mi conoscono sulla piattaforma Starmaker come Maryenn. La musica per me non è solo passione, è rifugio, è identità.
Anche attraverso la musica ho sentito di ricevere messaggi.
Mio papà da giovane lavorava alla base NATO nella mia città. Aveva a che fare con gli americani, tanto che chi lo conosceva lo chiamava “l’americano”. Aveva il desiderio di andare in America. Era un sogno suo, che è diventato anche il mio.
Nel 2023 ho realizzato quel sogno.
Scendo dall’aereo emozionatissima. Prendo il taxi. Il cuore mi batte forte. E proprio in quel momento alla radio parte “I Just Call to Say I Love You”.
La canzone di mamma e papà.
In America non poteva partire un’altra canzone. Non poteva partire “Una lacrima sul viso”, che era la sua. Doveva partire proprio quella. È tutto documentato in un video che ho condiviso sul canale TikTok di Sofyia.
Ma anche “Una lacrima sul viso” ha avuto il suo momento.
Nel maggio 2024, dopo la morte di nonna, io e mio fratello abbiamo portato mamma a fare la sua prima crociera. Era un suo sogno da anni. Il giorno del compleanno di papà eravamo lì, in mezzo al mare. Durante tutta la giornata non avevo ricevuto alcun segnale. Nessuna monetina, nessun simbolo particolare.
Dopo cena ci sedemmo in un bar della nave. Un quartetto iniziò a suonare. E tra tutte le canzoni possibili iniziarono a cantare proprio “Una lacrima sul viso”.
Mi sono fermata. Il tempo si è fermato. Non serviva altro.
Sofyia nasce da tutto questo.
Dalle monetine, dalle coccinelle, dalle farfalle, dalle piume, dai cuori, dalla musica.
Da quelle coincidenze che non sono coincidenze.
Per me una coincidenza che non è una coincidenza è un dettaglio piccolo, semplice, quasi invisibile agli occhi degli altri, ma immenso per chi lo vive.
È un segno che arriva nel momento esatto in cui ne hai bisogno.
È una risposta che non cercavi con la mente, ma che il cuore riconosce immediatamente.
Forse tutto questo può essere spiegato razionalmente.
Forse sono solo eventi casuali.
Ma è bello pensare che siano le persone che non ci sono più a mandarci un messaggio.
E se questo pensiero ci fa stare bene, se ci dà forza, se ci fa sentire accompagnati, allora perché no.
Sofyia nasce per ricordarti che esistono legami che superano il tempo.
Che l’amore non finisce con un’assenza.
Che a volte la vita parla un linguaggio silenzioso, delicato, ma incredibilmente potente.
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